L’uccisione di Shireen Abu Akleh è un caso penale, politico e diplomatico (di A. De Girolamo, E. Catassi)

La storia degli ultimi 30 anni del conflitto israelo-palestinese si è involuta sempre di più, peggiorando sia sul piano dei diritti che della sicurezza. Contemporaneamente è andata migliorando la copertura delle notizie provenienti da quel francobollo di terra. Oggi, sicuramente, il luogo più monitorato al mondo. Dove però i giornalisti rischiano quotidianamente la vita, e pagano il loro diritto di cronaca a caro prezzo, come purtroppo avvenuto a Shireen Abu Akleh: uccisa mentre raccontava quella che da settimane è la nuova battaglia di Jenin, tra palestinesi e forze armate israeliane. Scatenata dagli attentati terroristici che affiliati all’ala armata di Fatah, provenienti da quella zona, hanno portato nel cuore di Israele. Escalation di violenza che la reporter palestinese copriva con i suoi servizi, prima di essere colpita mortalmente da un proiettile, nei pressi del campo profughi di Jenin. Quando è stata uccisa indossava il giubetto con la scritta cubitale “PRESS”. Questo tuttavia non è stato sufficiente a risparmiarle un colpo alla testa. L’omicidio della corrispondente del network Al Jazeera è un caso penale, quanto politico e diplomatico.

Le responsabilità politiche e la dinamica dell’accaduto difficilmente potranno restare segrete. Forse passeranno in secondo piano o saranno addirittura insabbiate. Ma nessuno potrà mai negare che Abu Akleh sia prima di tutto una vittima del conflitto e dell’occupazione. Con le sue storie di abusi, violenze e di ordinaria prevaricazione. Che, come era prevedibile, non è mancata durante la cerimonia a Gerusalemme. Le terribili immagini della carica delle forze di sicurezza israeliana al corteo funebre, che accompagnava la salma della giornalista, hanno scioccato l’opinione pubblica non meno di quelle del suo corpo accovacciato inerme a terra.

Gerusalemme, scontri tra polizia e palestinesi ai funerali della giornalista di Al Jazeera


Tra le ipotesi, al momento plausibili, c’è quella dell’ “errore”, qualcuno nel mezzo del caos della guerriglia potrebbe aver scambiato la vittima per il nemico. Ovviamente, l’errore non è una giustificazione e la morte di Shireen non è un danno collaterale della guerra. L’altra controversia, oltre alla tesi dello “sbaglio accidentale”, è quella che ruota intorno alla premeditazione o meno del gesto. Se si è voluto mandare un messaggio alla libertà di stampa abbiamo un problema inquietante da affrontare. Nel rapporto provvisorio sull’incidente prodotto dall’esercito israeliano viene confermata l’impossibilità a determinare quale parte abbia premuto fatalmente il grilletto: se i palestinesi o gli israeliani.

Secondo la testimonianza di un giornalista palestinese presente all’accaduto, e rimasto ferito, a sparare sarebbero stati i militari israeliani. L’erede di Arafat e il successore di Netanyahu si sono scambiati pesanti accuse. Opinioni discordanti, verità una sola. Il ministro degli esteri israeliano Yair Lapid ha offerto collaborazione nell’indagine, la Muqata palestinese l’ha rifiutata, invocando la Corte penale internazionale. Se le parti non accettano di cooperare per andare fino in fondo e fare completa luce sul tragico evento allora, l’unica soluzione è passare il fascicolo a una commissione esterna. Sperando che riescano dove in passato hanno fallito. L’uccisione di Shireen Abu Akleh ha una valenza anche diplomatica, e non solo perché la giornalista aveva passaporto giordano e statunitense. Il Qatar che possiede l’emittente Al Jazeera ha con veemenza criticato Israele. Washington ha espresso una forte condanna e chiesto l’immediato avvio di un’inchiesta. Che potrebbe portare a future sanzioni. Intanto, questo ennesimo episodio di sangue rischia di gravare di tensione la prossima visita di Biden nella regione e degenerare ulteriormente.

Un’ultima considerazione. Non ha fatto notizia l’aggressione brutale, filmata, al reporter palestinese Basil al-Adraa del magazine +972 da parte di soldati israeliani. Avvenuta in un villaggio a sud di Hebron pochi giorni prima dell’assassinio di Abu Akleh. In Medioriente dal fare informazione al diventarla il passo è tristemente breve.

Reference-www.huffingtonpost.it

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