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Una Vita in Fuga: la storia vera dietro al film di Sean Penn

MILANO – Da parte di Sean Penn c’è una certa nota romantica nella scelta di lavorare a un soggetto come Una vita in fuga (Flag Day). E non solo perché è la prima volta in cui riveste il doppio ruolo di interprete e regista per una sua produzione. È soprattutto la prima volta in cui Penn divide la scena assieme ai figli Dylan e Hooper nati dal matrimonio con l’attrice Robin Wright. Nonostante il divorzio nel 2010 dopo ben ventuno anni di relazione per i suoi figli Penn è sempre stato paterno e premuroso. Non stavolta però. Nel gioco (serio) della finzione filmica di Una vita in fuga (nei cinema dal 31 marzo) infatti Penn vestirà i panni di un John Vogel dalla doppia vita: padre amorevole e geniale truffatore, e non uno qualsiasi, ma uno dei criminali più famosi e imprendibili degli anni ottanta statunitensi.

Sean Penn è John Vogel in Una Vita in Fuga

Jennifer Vogel, che all’epoca dei fatti aveva appena diciotto anni ed era (quasi) del tutto ignara della vita parallela del genitore, crescendo è diventata un’importante firma del The Stranger. Nel 2004 decise di scrivere Flim-Flam Man: a true family history con cui raccontare questa tragica e spiazzante parte della sua vita. Un estratto, il nocciolo (critico) della questione, ha trovato la luce proprio tra le colonne del The Stranger dal titolo: Daddy Was A Bankrobber – But his heart was in the right place. Sometimes. Nel luglio 1985, un sabato mattina, John Vogel bussò alla porta della casa di Minneapolis che la figlia Jennifer condivideva con il fidanzato Crip e il coinquilino John (come il genitore) “drogato di aspirina”. La notizia era di quelle importanti. Motivo per cui si era presentato a casa della figlia alle primissime luci del mattino: «Mi trasferisco a Seattle». Su due piedi la notizia spiazzò si Jennifer, ma la rese felice. Proprio come il padre infatti si era sempre immaginata come cittadina di Seattle.

Dylan Frances Penn nel film
Dylan Frances Penn nel film

Di lì a poco non ci volle molto prima che le proponesse di mollare tutto e trasferirsi con lui, e per un motivo semplice: entrambi avevano una vita (parecchio) complicata. John, in particolare, era alle prese con beghe legali che tra eredità da riscuotere, ex clienti, ed ex partner, si aggirava per un totale di 130.000 dollari. Jennifer non è che se la passasse tanto meglio: non aveva finito il liceo, trascorreva le giornate in una casa sgangherata, e per mantenersi lavorava in un call center. A questo punto una vita in fuga era l’unica soluzione possibile. Un paio di giorni dopo John e Jennifer erano già diretti fuori Minneapolis sull’Interstate 394. Non c’era più la Cadillac di cui John si sera sempre preso cura. Al suo posto una Chevy station wagon del 1977 color ruggine. E viaggiava parecchio, come se avesse una gran fretta di arrivare a destinazione. Il caffè direttamente in auto. Pranzo e cena a base di panini e Coca-Cola lungo la strada per il Nord Dakota. In compenso tanti aneddoti topografici e storici. Ma soprattutto tante polaroid, da cui Jennifer – a posteriori – notò una cosa: lei con canottiera e jeans tagliati, lui sempre con camicia, mocassini, e occhiali da sole specchiati, come a non volersi fare riconoscere.

una vita in fuga
Una scena del film

Arrivarono ben presto a Kirkland, cittadina nell’area sub-urbana ad est di Seattle, dove affittarono un modesto appartamento, abbastanza anonimo da fungere da nascondiglio. Jennifer andava spesso in centro. Nel 1985 Seattle sapeva essere una città interessante e romantica. E qui iniziarono le prime problematiche. Con Jennifer che esplorava la città e le persone con cui entrava in contatto, e John che la redarguiva ricordandole sempre di mantenere un basso profilo (necessario, del resto, in una vita in fuga). Passato il Natale assieme alla madre (e relativa ex-moglie) in Iowa, John rientrò a Seattle circa un mese prima di Jennifer per enigmatiche o comunque poco chiare questioni di lavoro. Un paio di giorni dopo essere rientrata a casa, Jennifer ricevette una telefonata da un agente di Polizia di Spokane: «Ho delle buone e delle cattive notizie. […] La buona notizia è che suo padre sta bene. La cattiva è che è stato arrestato per rapina in banca». Snocciolati alcuni dettagli per Jennifer fu un duro colpo. Suo padre John aveva rapinato due banche a Spokane il giorno prima brandendo una calibro 38. I testimoni lo avevano descritto come “metodico e padrone di sé”.

Sean Penn sul set
Sean Penn sul set

Dopo un inseguimento ad alta velocità fu fermato dalla Polizia che lo inchiodò sparando ad una delle ruote posteriori della Chevy. A quel punto la Polizia ha crivellato l’auto di colpi costringendo John ad uscire dall’auto. Dall’interrogatorio emerse inoltre come John aveva rapinato altre due banche nelle settimane precedenti. Una a Kirkland (verosimilmente per i regali di Natale), l’altra a Eugene (Oregon – poco dopo la telefonata di Jennifer). Al momento del confronto con il padre ciò per cui provava rabbia Jennifer non era la rapina in sé, ma il fatto che l’avesse abbandonata e sgretolato la sua fiducia. Che avesse buttato via tutto: la sua vita, la loro vita assieme. Dopo essersi riappacificati – almeno formalmente – Jennifer ricevette istruzioni per la restituzione del malloppo custodito in casa. Una parte però, alcune banconote e le monete d’oro strategicamente messe da John sotto il tappeto, le tenne per sé.

Sean Penn dirige e interpreta Flag Day
Sean Penn dirige e interpreta Flag Day

Per settimane lei e la sua più cara amica, Anita, vissero nella mondanità. Spesero tutto o quasi. Con rabbia. Perché non era un tesoro quello che si ritrovò tra le mani, ma le conseguenze di un uragano che si era abbattuto sulla sua vita. Chiamata la padrona di casa per disdire l’affitto scoprì come John non lo pagava da mesi, non ci sarebbe stato alcuna caparra in restituzione. Il negozio di mobili usati acquistò il mobilio restante per circa duecento dollari. Organizzò infine gli effetti di John tra cui una valigetta da commesso viaggiatore con al suo interno una miniera di lettere e fogli di quando lei e suo fratello Nick erano bambini. C’era di tutto: liste di Natale, pagelle, targhette di ospedale. Incredibile come un uomo potesse essere così sentimentale e al contempo bugiardo e manipolatore.

Le protagoniste de Una Vita in Fuga

L’unica cosa da fare a quel punto era andarsene. Lei e Anita presero l’ultimo traghetto per Bainbridge Island: il futuro era luminoso e tutto da scrivere. Lo stesso non può dirsi in realtà per il futuro da regista di Sean Penn. Una carriera insolita, strana, eppure principalmente caratterizzata di alti. Come negli anni novanta di Lupo solitario, Tre giorni per la verità. Neo-noir densi fuori dalla tipicità produttiva industriale dell’epoca di riferimento per piombare dritte negli anni quaranta di Billy Wilder e Jacques Tourneur. Poi gli anni duemila iniziati con il silenzioso ma prezioso La promessa con cui Penn dà vita a un crime crepuscolare d’ambientazione rurale che ribalta le abituali inerzie del genere tra suggestioni e ruoli scenici, per poi proseguire con il coming-of-age Into the Wild – Nelle terre selvagge, a conti fatti apogeo e punto di svolta nella carriera del Penn regista. Lo scivolone di quasi dieci anni dopo però, l’ambizioso (e poco sincero) Il tuo ultimo sguardo, ha fortemente ridimensionato le ambizioni del Penn regista che con Una vita in fuga torna alle origini di un cinema fatto di tanto cuore, pochi manierismi, e buoni sentimenti.

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Qui sotto potete vedere il trailer di Una Vita in Fuga:



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