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Shonda Rhimes: «Tutti i segreti di Bridgerton 2»

Della seconda stagione di Bridgerton che arriva il 24 aprile su Netflix non si può dire niente, a parte quello che si sa già, ovvero che ruoterà attorno al conte Anthony Bridgerton e alla sua ricerca di una donna da sposare. Le direttive che arrivano prima dell’intervista sono piuttosto chiare: niente spoiler. Anche se poi, a domanda diretta su quale sia la sua posizione filosofica su una questione fondamentale come questa, Shonda Rhimes risponde così: «Anni fa ero super anti spoiler. Se capitava di riceverne, impazzivo, mi arrabbiavo davvero tanto. Ora mi rendo conto che non importa, che anche conoscendo dettagli della storia, il pubblico continua a guardare. E questo perché l’importante è anche come ci sia arriva alle cose, alle situazioni. Se hai investito tempo e attenzione in una storia, sapere già come va a finire non toglie poi molto, a meno che non sia un thriller folle o qualcosa del genere». Poi, dopo una pausa, aggiunge questa frase che è quella che potrebbe racchiudere tutta la sua carriera e anche il senso di tanto di quello che guardiamo, ascoltiamo, leggiamo: «Penso che quando ci si rende conto che il viaggio è avventuroso, allora lo si intraprende, qualunque cosa accada». 

Shonda Rhimes ci fa viaggiare da anni, a volte scrivendo, altre volte solo producendo, ma dando comunque la sua impronta – lo «Shonda touch», come lo chiamano a Hollywood – a serie tv che hanno fatto la storia dell’intrattenimento. Prima nella piovosa Seattle con Grey’s Anatomy, poi nella Washington del potere con Scandal, poi nelle aule dei tribunali con Le regole del delitto perfetto. Con Bridgerton il viaggio è addirittura indietro nel tempo, nell’Inghilterra dell’Ottocento, all’interno di una corte che assomiglia più a un quartiere di Manhattan che a un microcosmo inglese di duecento anni fa, dove i dialoghi, le musiche, le camminate, gli atteggiamenti sono modernissimi, a dispetto delle crinoline e delle carrozze. La sua capacità di trasportarci dove non siamo mai stati e di rendere tutto contemporaneo l’ha fatta diventare la donna più potente della televisione americana. 

Quando, nel 2017, lasciò la Abc per trasferirsi a Netflix con un contratto, pare, di centinaia di milioni, cambiò per sempre le sorti della piattaforma di streaming. Prima dell’arrivo di Squid Games, a settembre 2021, Bridgerton era lo show più visto, un record ottenuto nelle prime 48 ore. Comprensibile quindi l’attesa per questa seconda stagione: archiviata la storia d’amore tra Daphne (Phoebe Dynevor) e il duca di Hastings (il bonissimo Regé-Jean Page), l’attenzione è ora sul di lei fratello, Anthony (Jonathan Bailey) alle prese con la coppia di sorelle Edwina e Kate Sharma (interpretate rispettivamente da Charithra Chandran e dalla bellissima Simone Ashley).

Nuova stagione, nuova coppia, nuova storia d’amore. È sempre stato questo il progetto?
«I libri di Julia Quinn da cui è tratta la serie cono otto – una per ciascun fratello Bridgerton – e nella mia testa ci sono sempre state otto stagioni, ciascuna basata su una coppia diversa, su un fratello diverso. In questo modo c’è la possibilità di raccontare una storia chiusa dall’inizio alla fine senza dover creare una sorta di finta, ehm, posta in gioco drammatica sul perché una coppia non può stare insieme. Per me è un modo di lavorare diverso e eccitante. Nella mia carriera ho raccontato storie in modi diversi, ma sono felice di fare con Bridgerton una cosa diversa, invece di dovermi inventare per dieci altre stagioni di tormento tra Daphne e il duca di Hastings».

È una dimensione più da favola o sbaglio? In fondo non sappiamo cosa succede tra il Principe e Cenerentola dopo il lieto fine con la scarpetta, no?
«Vero, però qui c’è una differenza: nel modo in cui le storie sono modellate, vediamo sempre un po’ di più di ciò che accade dopo che una coppia diventa tale, non scappano semplicemente insieme verso il tramonto e basta. E questo vedere un po’ al di là aggiunge complessità».

Che cosa ha da dire a chi è deluso perché non vedrà il duca di Hastings?
«Che il Duca è sempre lì: si può fermare l’inquadratura, tornare indietro, guardarlo ancora e ancora. Il Duca è sempre disponibile. È la bellezza di Netflix».

Parliamo dei due nuovi personaggi di Edwina e Kate Sharma: nella serie sono di origine Sud Asiatica, cosa che nel libro non risulta. Come mai questa scelta?
«È una cosa di cui abbiamo parlato molto e ha a che fare con in termini in cui volevamo raccontare la storia. Oltre a questo pensato che a un pezzo del nostro pubblico che si vede poco rappresentato in tv avrebbe fatto piacere vedersi. La scelta finale poi è avvenuta quando abbiamo trovato queste due fantastiche attrici. A quel punto ci siamo detti, ma perché no? Facciamolo».

Bridgerton. (L to R) Simone Ashley as Kate Sharma, Jonathan Bailey as Anthony Bridgerton in episode 204 of Bridgerton. Cr. Liam Daniel/Netflix © 2022LIAM DANIEL/NETFLIX

Secondo lei chi guarda Bridgerton si innamora dei singoli personaggi o delle storie?
«Io spero si innamorino del mondo nella sua interezza, perché è esattamente quello che creiamo. Quando costruiamo uno spettacolo, costruiamo un mondo e poi raccontiamo storie all’interno che lo abitano».

Questo progetto è ovviamente molto diverso dagli altri della sua carriera. Mi chiedevo cosa fosse eccitante per lei nel raccontare una storia in cui le donne hanno un ruolo così diverso da eroine come Meredith Grey o come Olivia Pope, donne toste, in carriera, con responsabilità. In Bridgerton l’unico impegno delle donne è sposarsi bene.
«Ma a quel tempo il matrimonio era il loro potere. Per quanto piccolo fosse il loro mondo, e per quanto vincolate e confinate fossero al loro interno, queste per quel tempo erano donne di potere, donne che ottenevano status, forza e autostima dalla persona che riuscivano a sposare in giochi di società. Per me è proprio qui la parte interessante. La corte era il loro posto di lavoro, diciamo».

È vero che sta scrivendo un prequel sulla Regina Charlotte?
«Ammetto di essere un po’ ossessionata dalla regina Charlotte e da lady Danbury: le donne adulte della serie per me sono le più affascinanti. Non mi piace dire che siano i miei personaggi preferiti, ma forse sì, diciamolo: la Regina Charlotte è la Beyoncé dello show. Mi sto divertendo molto a scrivere di lei».

La Beyoncé dello show è una bellissima definizione.
«Ha una ferocia scintillante. Non so come definirla in altro modo. È fantastica. Bridgerton è la sua passerella».

Lei è famosa per la sua etica sul lavoro, per quanto duramente lavori per ottenere quello che vuole. Che consiglio si sente di dare oggi, post pandemia, quando sembra che il nostro rapporto con il lavoro sia cambiato e molti hanno difficoltà a tornare alla normalità?
«Anche io sto faticando a tornare alla normalità! Non penso però che a cambiare debba essere l’etica del lavoro, ma più l’ambiente, la produzione. Forse va trovato un nuovo modo per essere creativi, per avere ispirazione. È stato un periodo molto difficile e ovviamente io mi ritengo incredibilmente fortunata, dal momento che un lavoro ce l’ho. È difficile per me dare consigli, ma penso che ci siano diverse strade là fuori ora, e che stiamo tutti cercando nuovi modi per fare spazio per noi stessi e le nostre esigenze».

E a lei quali buoni consigli sono stati dati nella sua carriera?
«Mai entrare in una trattativa da cui non sei disposto ad andartene. Sapere sempre che appartieni a ogni stanza n cui ti trovi è un altro buon consiglio. E poi mio padre mi diceva sempre che l’unico limite al tuo successo è la tua immaginazione».

Lei la tv la guarda? E se sì, cosa?
«Quando scrivo no, non la guardo perché fa solo pasticci con la mia scrittura. Al massimo guardo cose che ho già visto, cose familiari da cui traggo conforto. Al momento sto guardando The Good Place che ho già visto mille volte».

Foto Campbell Addy / Netflix © 2022

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