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Putin, Biden, Xi e la crisi che sveglia l?Occidente

America-Cina Il Punto | La newsletter del Corriere della Sera

Marted 22 febbraio 2022

Putin, Biden, Xi e la crisi che sveglia l’Occidente
editorialista di marilisa palumbo

C’è tanto, tantissimo Putin nei pezzi e nelle foto di questa newsletter. Del resto attorno all’incredibile (per la riscrittura della Storia, per i toni nordcoreani) discorso con il quale il presidente russo ieri ha annunciato il riconoscimento delle due repubbliche separatiste del Donbass e l’invio di truppe in quei territori, ruotano tutte le nostre paure e le riflessioni di oggi.

Come siamo arrivati fin qui? Come ci è arrivato lo «zar» russo, tanto per cominciare; che faranno Biden e gli europei (l’annuncio del cancelliere tedesco Scholz dello stop a Nord Stream 2 è un segnale che forse stavolta il presidente americano è riuscito a tenere assieme gli alleati); e che farà Xi, messo nei guai dal suo «amico del cuore»? Cosa c’entra il Kosovo — che Putin e i putiniani (ce ne sono tanti, tantissimi, in ogni angolo d’Occidente) continuano a tirare in ballo? Quali navi e aerei si «muovono» attorno alla crisi? E chiudiamo con un ricordo speciale, di due treni per Kiev, il primo in un’epoca di euforia e speranza molto, molto diversa da quella che stiamo vivendo.

Buona lettura.

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1. La parabola autoritaria dello Zar
editorialista
di paolo valentino, corrispondente da berlino

Angela Merkel una volta definì Vladimir Putin un leader che applica metodi dell’Ottocento al Ventunesimo secolo, nel senso di ragionare e agire da nazionalista nell’era della globalizzazione. Succedeva nel 2014, al tempo dell’annessione della Crimea, quando il leader del Cremlino rispolverò il concetto di Novorossia e dichiarò l’ambizione di unificare il «Russkij Mir», il mondo russo.

imageGeorge W. Bush e Vladimir Putin nel 2004 a Santiago del Cile per il summit dei leader Apec

Ma non era stato sempre così. L’uomo che oggi tiene sotto scacco l’Ucraina e secondo i governi occidentali «è pronto a scatenare la più grande guerra in Europa dal 1945» aveva esordito diversamente sulla scena europea e mondiale all’inizio del Millennio. Sicuramente era avventato il giudizio che George W. Bush ne diede nel 2001 dopo il loro primo incontro, quando il presidente americano disse: «L’ho guardato negli occhi, l’ho trovato diretto e degno di fiducia. Ho potuto avere una percezione del suo animo: un uomo profondamente dedicato al suo Paese». E ancora più esagerato sarebbe stato qualche anno dopo quello del cancelliere tedesco Gerhard Schröder, che lo aveva definito «un impeccabile democratico».

Eppure, Putin aveva iniziato la sua parabola del potere da filooccidentale vero o presunto, nato e cresciuto a San Pietroburgo, con il mito della Germania dove aveva vissuto per qualche anno prima della caduta del Muro di Berlino. Nei suoi primi anni alla guida della Russia, oltre a ricostruire economicamente e politicamente un Paese annichilito dal Far West degli Anni Novanta, Putin aveva avviato un dialogo stretto con gli Usa e l’Occidente, culminato nell’accordo di cooperazione Nato-Russia e addirittura arrivando a teorizzare che un giorno lontano Mosca avrebbe potuto far parte dell’Alleanza.

La svolta avvenne nel 2007, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, quando Putin lanciò un attacco a tutto campo contro gli occidentali, denunciando l’ordine creato dopo la Guerra Fredda, l’uso del potere militare americano in Iraq e soprattutto l’espansione della Nato fino ai confini della Russia. Da quel momento, il leader russo iniziò una inversione di rotta, avvitandosi in una spirale sempre più autoritaria, nazionalista e aggressiva. Già nel 2008 lanciò la sua prima azione militare nello spazio ex sovietico, occupando l’Abkhazia, fin lì territorio della Georgia.

Ci sono molti fattori dietro l’involuzione di Putin e la sua metamorfosi in un leader sempre più autoritario. Le primavere arabe e la fine violenta di Gheddafi ebbero su di lui una forte impressione. La prima rivoluzione ucraina, quella color arancione, fu un altro segnale devastante per il leader del Cremlino, che nel Paese vicino vedeva un pericoloso esempio di ribellione, rivendicazioni democratiche, caos.

Il fallito reset con l’amministrazione Obama fu una conseguenza di questo cambiamento personale e politico. Nel 2011, quando da primo ministro (nel quadriennio in cui cedette la carica a Dmitrij Medvedev) lo incontrò per la prima volta a tu per tu, l’allora vicepresidente Joe Biden corresse radicalmente il giudizio di Bush: «Signor primo ministro, la sto guardando negli occhi e non credo che lei abbia un’anima». Putin rispose sorridendo: «Vedo che ci capiamo benissimo».

imagePutin e Barack Obama al G20 a Hangzhou nel settembre 2016

Dopo l’annessione della Crimea nel 2014 nulla è stato più lo stesso. Le sanzioni occidentali hanno accelerato la narrazione di Putin di un Paese accerchiato, che gli è valsa altissimi livelli di consensi. La sua polemica contro l’Occidente decadente e depravato si è fatta sempre più forte. Mentre all’interno, chi non si allineava come Alexeij Navalny, veniva perseguitato e subiva attentati alla propria vita.

Ora, dopo 20 anni al potere, Putin è sempre più solo. Il consenso scricchiola, complice una situazione economica in costante peggioramento. La pandemia ha accentuato il suo isolamento fisico e mentale. È diventato imprevedibile ai suoi stessi collaboratori. Nessuno sa quali saranno le sue prossime decisioni. Dopo oltre due decenni al potere e alla vigilia dei 70 anni, con una condizione di salute diventata segreto di Stato e secondo molti a rischio, Putin forse comincia a pensare al suo lascito, quello di unificare il «Russkij Mir». Quella in Ucraina potrebbe sembrargli il completamento della missione.

2. Biden sta giocando (bene) la sua partita. Ma in patria già lo attaccano
editorialista
di massimo gaggi da new york

Biden aveva ragione e i servizi segreti americani stavolta hanno funzionato. Adesso, davanti all’occupazione russa delle province orientali dell’Ucraina, nell’America conservatrice c’è già chi parla di un altro Afghanistan, di un’altra disfatta della presidenza democratica. In realtà Biden, doppiamente ammaestrato dall’Afghanistan e dalla precedente crisi ucraina che aveva vissuto come vicepresidente, quando, nel 2014, Obama aveva reagito tardivamente e poco energicamente all’annessione della Crimea, stavolta si è reso conto fin da ottobre delle reali intenzioni di Putin e ha cominciato subito un’azione incessante per cercare di dissuadere il leader russo.

Esclusa la possibilità di un intervento militare diretto in Ucraina, si è mosso con decisione sugli altri tre tavoli che gli rimanevano a disposizione: rafforzare il dispositivo militare sulla frontiera orientale della Nato; denunciare davanti al mondo giorno per giorno i preparativi dell’aggressione delle forze armate russe con una strategia di comunicazione spregiudicata, correndo anche il rischio di scoprire qualche fonte di intelligence; avviare un lavoro instancabile di informazione e raccordo con gli alleati europei per mantenere il più possibile compatto il fronte dell’Alleanza atlantica.

Uno sforzo iniziato addirittura a ottobre quando il G20 di Roma fu l’occasione di una prima informativa segreta degli Usa agli altri principali partner Nato, Italia compresa. Buon conoscitore della psicologia di Putin, il presidente sapeva che fargli cambiare idea era pressoché impossibile: non restava che cercare di rendergli economicamente e politicamente troppo costoso andare avanti coi suoi piani. Vedremo fin dove Putin si spingerà.

imageIronia ieri in rete sul filoputinismo di Fox News e del conduttore trumpiano Tucker Carlson

Di certo Biden ha due svantaggi rispetto al suo avversario, leader autoritario che domina con un potere incontrastato un Paese abituato a soffrire: all’esterno deve tenere insieme una coalizione di decine di Paesi con governi di diverso orientamento, con interessi diversi, incalzati da elettorati inquieti che possono sfiduciarli in ogni momento; all’interno deve guardarsi le spalle da Donald Trump che a parole lo critica perché non è riuscito a fermare Mosca, ma coi suoi fedelissimi (nel partito i senatori, come Josh Hawley, più vicini a lui, nel Paese con gli anchor della Fox ai quali è più legato, a cominciare da Tucker Carlson) diffonde un messaggio di tutt’altro tenore: non esiste un interesse strategico degli Usa per l’Ucraina, meglio occuparsi della tenuta dei confini americani (forzati dai clandestini) che di quelli di un Paese remoto.

3. Il presidente Usa vuole vedere fin dove si spingeranno i carri armati
editorialista
di giuseppe sarcina, corrispondente da washington

imageLa foto postata su Twitter dalla Casa Bianca di Biden che firma l’ordine esecutivo per le sanzioni

È attesa per oggi la vera risposta di Joe Biden all’invasione del Donbass ordinata da Vladimir Putin. Ieri il presidente americano ha firmato un ordine esecutivo per imporre le prime sanzioni alle «repubbliche» di Donetsk e Lugansk. Ma è un provvedimento di fatto simbolico. Per i cittadini e le imprese americane saranno vietati rapporti economici con le due regioni separatiste. L’impatto per il Donbass è insignificante: dal 2014 quel territorio dipende in tutto e per tutto dalla Russia.

Ora, invece, è arrivato il momento del primo test per Biden e per gli europei. Nelle ultime settimane la Casa Bianca ha ripetuto costantemente che le sanzioni sarebbero scattate in caso di «ulteriore invasione dell’Ucraina». Tutti avevano capito che la formula comprendesse anche lo sconfinamento dei russi nel Donbass. È ancora così? Ieri sera uno dei consiglieri della Casa Bianca ha tenuto una conference call e, per prima cosa, ha detto che oggi Biden avrebbe annunciato «un’ulteriore tornata di sanzioni». Non ha spiegato quali saranno le misure e se saranno prese in coordinamento con gli alleati europei.

È chiaro che in una telefonata di «background» non si poteva anticipare un eventuale discorso del presidente o del segretario di Stato Antony Blinken oppure del Consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan. Tuttavia i messaggi veicolati ai reporter sono interessanti. Biden si prenderà qualche ora prima di decidere come reagire: vuole vedere fino a dove si spingeranno i carri armati di Putin.

Questo conferma l’approccio «flessibile» adottato da Washington in materia di sanzioni. Nessuna tempesta immediata, ma una serie di ondate commisurate alle offensive dei russi. D’altra parte questo è l’unico metodo che consente di tenere compatto il fronte con gli europei. Il consigliere di Biden ha poi insistito su un punto: «Teniamo sempre conto che i russi sono nel Donbass dal 2014». Come dire: non possiamo parlare di vera invasione.

Naturalmente c’è la violazione degli accordi di Minsk, firmati anche dai russi e che prevedono la restituzione di tutti i confini a Kiev, in cambio di una larga autonomia per Donetsk e Lugansk. In questo momento, però, l’amministrazione Biden vuole capire se davvero non ci siano più alternative al conflitto. Non a caso, ieri, il presidente ha organizzato una chiamata simultanea con il francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz. La conversazione è durata 30 minuti. Vedremo se andrà avanti il tentativo dei due leader europei di agganciare in extremis Putin. Naturalmente tutto dipende dagli sviluppi militari sul campo. Subito dopo Biden ha messo al corrente il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelenksy.

4. Xi teme di essere finito nella trappola del suo «amico del cuore»
editorialista
di guido santevecchi, corrispondente da pechino

Xi Jinping e Vladimir Putin si sono salutati il 4 febbraio, giorno dell’apertura delle Olimpiadi, firmando un comunicato congiunto di più di cinquemila parole per assicurare che condividono la posizione nella questione ucraina. Lo zar era ripartito confortato dalla sottolineatura che «Russia e Cina si oppongono a un ulteriore allargamento della Nato e alla sua mentalità a guerra fredda». Xi si era consolato dal boicottaggio diplomatico dei (suoi) Giochi dichiarato da Joe Biden, ospitando in tribuna Putin. Ma a ben vedere poi, per tutta la durata delle Olimpiadi, il guastafeste è stato proprio il presidente russo, «amico del cuore» di Xi (così dice in pubblico Putin), che ha tenuto la tregua olimpica sotto il tiro delle sue truppe ammassate al confine ucraino.

E ora? Ora i cinesi hanno capito che Mosca è intenzionata a rischiare tutto per concludere l’impresa ucraina. E temono di finire spalle al muro, costretti a schierarsi anche quando la comunità internazionale dovrà varare sanzioni contro Mosca. Dalle ultimissime dichiarazioni, sembra che la Cina stia cercando di aggiustare la rotta. Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha appena parlato della crisi ucraina con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e la posizione di Pechino è emersa sotto una luce diversa.

imagePutin e Xi in Tajikistan nel giugno 2019

«La Cina è preoccupata per l’evoluzione della situazione in Ucraina, la sovranità e indipendenza territoriale di ogni Paese dovrebbe essere sempre rispettata. La Cina continuerà a osservare e tenersi in contatto con tutte le parti», ha detto il diplomatico cinese. A quanto pare, a Pechino hanno fatto bene i conti e temono di essere finiti in una trappola di Putin.

Cinquant’anni fa, proprio il 22 febbraio del 1972, Richard Nixon era a colloquio con Mao Zedong nella Città proibita e giocava un’astuta partita di diplomazia triangolare che sfruttava inimicizia, rancori e sospetti ideologici tra Repubblica popolare cinese e Unione Sovietica. Ora è Putin che cerca di sfruttare la nuova competizione per la supremazia globale in corso tra Cina e Stati Uniti. Xi Jinping ne è consapevole e (forse) comincia a prendere le distanze temendo di trovarsi accerchiato dal resto del mondo. L’amicizia «del cuore» con uno zar che vuole ricostruire l’impero russo, forse a Xi costerebbe troppo in termini di rapporti politici (e commerciali) con Stati Uniti e Unione Europea.

5. Perché la propaganda putiniana tira sempre in ballo il Kosovo?
editorialista
di francesco battistini, inviato a kiev

imageKosovari in piazza il 17 febbraio nell’anniversario della dichiarazione di indipendenza dalla Serbia (2008)

«Il Kosovo, sempre il Kosovo. Che c’entra il Kosovo?». L’ultima volta che ha incontrato Vladimir Putin, la settimana scorsa, il cancelliere tedesco Olaf Scholz è sbottato. Nei saloni del Cremlino si cercava (inutilmente) di scongiurare l’invasione del Donbass, e lo Zar insisteva sempre sugli stessi tasti: gli ucraini stanno compiendo «un genocidio» delle minoranze russe, la Nato non può allargarsi fin qui… Finché non ha virato su un esempio che gli è caro: vi ricordo, cari occidentali, quel che avete fatto in Kosovo nel 1999 e quel che state facendo in Bosnia, in Serbia e da quelle parti da trent’anni, con la Nato e la vostra espansione aggressiva e bellicosa…

Per chi non ricorda bene: quelli della Bosnia e del Kosovo furono i primi bombardamenti della Nato in Europa. La necessità di fermare i massacri dei serbi di Milosevic. Ma anche il biglietto da visita dell’Alleanza atlantica come guardiano del mondo, ben prima che in Iraq o in Afghanistan. C’erano Boris Eltsin e una debole Russia che bussavano alle porte della Nato, allora, e c’era un Occidente che faceva di tutto per tenere Mosca all’angolo della storia, peraltro riuscendoci. Le bombe piovvero senza che i russi ne sapessero nulla.

Fu anche per quell’«umiliazione» che Eltsin, forse, alla fine fallì. Di sicuro, fu da quel momento che a Mosca ripresero fiato i nazionalisti, e si spianò la strada all’ascesa di Putin. È a quei tempi che lo Zar si riferisce, oggi, quando dice che in fondo lui sta facendo nel Donbass (riconoscere due repubbliche secessioniste) quel che l’Occidente fece col Kosovo (riconoscendone il distacco dalla Serbia).

I paragoni storici sono sempre azzardati, specie quando servono a giustificare le prepotenze: al contrario di quel che accade a Donetsk e a Lugansk, i genocidi e i crimini di guerra dei serbi furono documentati; ed erano proprio le «minoranze» protette da Mosca, all’epoca, ad aggredire.

imageNikolai Patrushev, potente segretario del Consiglio di sicurezza del Cremlino, era nei Balcani lunedì

Però si sa come Vladimir Vladimirovic sia uno che parla coi fatti e non sia un caso che lunedì, mentre tutto il mondo stava con gli occhi sull’Ucraina, proprio in quelle ore lo Zar abbia mandato nei Balcani uno dei suoi principali consiglieri, Nikolai Patrushev, il potente segretario del Consiglio di sicurezza del Cremlino, per due giorni d’incontri. Ufficialmente, la missione ha uno scopo quasi trascurabile: il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha detto la settimana scorsa che «ci sono informazioni sull’arrivo di mercenari reclutati in Kosovo, Albania e Bosnia Erzegovina, destinati a combattere contro i russi nel Donbass».

Un argomento che ha stupito i kosovari, pronti a smentire, ma allertato Belgrado: decine di serbi, in passato, sono andati a combattere (coi russi) nell’Ucraina orientale e lo stesso presidente serbo, Aleksandr Vucic, ne ha parlato coi capi dei suoi servizi di sicurezza, tanto da far ipotizzare un (improbabile) appello di Putin ai fratelli slavi e alla causa comune contro l’Occidente.

Paura dei mercenari? Non scherziamo. In gioco c’è altro. Lo stesso Vucic, che andrà alle elezioni il 3 aprile, sta facendo campagna elettorale sul tema di questo conflitto: la Nato. Escludendo che la Serbia, contrariamente a quanto sognavano i suoi predecessori, entrerà mai nell’Alleanza. L’argomento Kosovo, sollevato da Putin in queste ore, ha dunque più finalità:

  • dire all’Occidente che l’intervento militare in Donbass è l’esatto specchio di quel che accadde in Kosovo, quando la Nato non esitò a bombardare i serbi per difendere i suoi interessi («per la verità – gli ha risposto Scholz -, intervenimmo a fermare una strage di civili albanesi…»);
  • mantenere un’influenza determinante nei Balcani e per esempio sui serbi di Bosnia, la minoranza riottosa che minaccia secessioni e sfracelli (proprio come le due repubbliche del Donbass). Ogni volta che Putin chiede ai serbo-bosniaci d’agitarsi, sembra ricordare all’Europa e agli Usa che al Cremlino basta poco, a riaccendere l’incendio balcanico. E ci dice che in Ucraina, e nei rapporti con Mosca, non ci sono in ballo solo i problemi del Donbass.
6. Taccuino militare: tutto quello che vola e naviga attorno alla crisi
editorialista

imageVoli di ricognizione Usa (da @Gerjon_ )

Movimenti aeronavali ovunque in parallelo alla crisi ucraina. Attività seguite da esperti e spesso rivelate dagli stessi comandi.

  • Nelle scorse ore diversi aerei Usa per la sorveglianza elettronica e missioni di intelligence si sono mossi nello spazio europeo. Tra questi anche un WC 135 Costant Phoenix, in grado di «fiutare» particelle nucleari nell’atmosfera. Un drone per la ricognizione è invece decollato, come quasi ogni giorno, da Sigonella e si è diretto verso il Mar Nero.
  • Ieri un bombardiere B52 americano è partito dalla Gran Bretagna ed ha raggiunto la base di Ostrava nella Repubblica Ceca. Un volo d’addestramento a lungo raggio.
  • Il Comando Nato ha diffuso le immagini dell’esercitazioni alleate in corso in Mediterraneo, al largo della Sicilia. Il tema è la lotta ai sommergibili. I russi sono invece presenti davanti alle coste della Grecia – con una task force guidata dall’incrociatore Ustinov – e nel settore orientale. Diventa importante anche il ruolo delle basi della Russia in Siria: hanno una dimensione strategica che va oltre il conflitto locale. Infatti velivoli statunitensi tengono d’occhio quanto avviene in questo scacchiere.
  • La portaerei italiana Garibaldi ha attraversato ieri lo stretto di Gibilterra e fa rotta verso il Nord Europa. La sua meta è la Norvegia dove assumerà il ruolo di nave-comando nelle manovre Cold Response 22 (vi partecipano 23 paesi dell’Alleanza).
  • Notizia a lato. Gli Stati Uniti hanno approvato la vendita di 250 carri armati Abrams alla Polonia e di altri mezzi (accordo da 6 miliardi di dollari). Il territorio polacco rappresenta una retrovia cruciale, infatti qui sono stati schierati circa mila parà statunitensi.
7. Due treni per Kiev (1991-2011)
editorialista

Le stazioni russe mi piacciono. Sono piene — ancora oggi — di chioschi che vendono prodotti antichi; di posti a sedere; di poliziotti con larghi cappelli cinematografici. Al binario si va all’ultimo momento, pochi minuti prima della partenza. Quando fa freddo, per questioni termiche. Quando la temperatura è mite, perché tutti sono abituati così.

Kievski vokzal, la stazione di Kiev, è una delle nove stazioni ferroviarie di Mosca. Si trova a ovest del centro, sulla riva del Moscova. Ci sono andato due volte, a distanza di vent’anni. A Kiev sono sempre arrivato da oriente, in treno.

La prima volta appena dopo il golpe dilettantesco che aveva cercato di deporre Mikhail Gorbaciov, nell’agosto 1991. Lo sfaldamento dell’Unione Sovietica era iniziato subito. Ero corrispondente a Mosca, quell’anno, e sono corso a vedere i due posti dove tutto accadeva in fretta: i Paesi Baltici e, appunto, l’Ucraina. George H. Bush arrivava in visita a Kiev: gli Usa, in quel periodo, non perdevano tempo.

imageUcraini in piazza per l’indipendenza nel settembre del 1991

Ricordo un viaggio tranquillo, quasi comodo. Avevo già sperimentato i treni russi — un viaggio di nozze da Mosca a Pechino, cinque anni prima — ma restavo sorpreso dalla solidità e dalla ritualità: i sedili, i velluti, le tende, il thé portato dalle conduttrici, lo scartamento largo, l’andatura regolare.

La città che ho trovato era talmente euforica da apparire tranquilla. L’Urss si stava sciogliendo e le persone, per le strade di Kiev, sembrano sorprese, come canarini esitanti davanti al cancellino aperto della voliera. Il 2 agosto 1991 Bush ha parlato, noi abbiamo scritto. Ho ritrovato una delle sue frasi d’apertura: «Centuries ago, your forbears named this country Ukraine, or frontier, because your steppes link Europe and Asia. But Ukrainians have become frontiersmen of another sort. Today you explore the frontiers and contours of liberty». Secoli fa, i vostri antenati hanno chiamato questo paese Ucraina, o frontiera, perché le vostre steppe collegano l’Europa all’Asia. Ma gli ucraini sono diventato uomini di frontiera di un altro tipo. Oggi voi esplorate le frontiere della libertà».

L’esplorazione, come sappiamo, si è rivelata più faticosa del previsto. Ma alcune cose sono accadute in fretta. Ventidue giorni dopo, il 24 agosto, il parlamento ha dichiarato l’Ucraina uno Stato indipendente e democratico. Il 1° dicembre, referendum e prima elezione presidenziale. Il giorno di Natale del 1991 la bandiera sovietica sul Cremlino veniva ammainata.

Vent’anni dopo, nel 2011, mi sono ritrovato alla Kievski vokzal, la stazione di Kiev. Prima tappa di un viaggio tra Mosca e Lisbona. Ricordo la responsabile della carrozza: statuaria, sembrava in grado di fermare una locomotiva con uno sguardo. Alla frontiera siamo arrivati alle quattro del mattino. Dove oggi ci sono i carri armati, stavano quattro guardie ucraine impassibili — tutte femmine, tutte bionde, tutte silenziose. Hanno controllano i passaporti a un popolo assonnato e in mutande. L’impressione era che niente potesse sorprenderle.

Non riuscivo a prendere sonno, ricordo. Il treno correva dentro una terra antica, poche luci e fattorie lontane. Guardare una mappa, salire su un treno, attraversare un continente: non è infantile? Ma gli adulti devono fare, ogni tanto, cose da ragazzi; e le fantasie ferroviarie, diciamolo, non sono tra le più pericolose. I treni sono luoghi politici. Luoghi di scambio, di osservazione, di studio. Non bisogna correre incontro al mondo: il mondo corre incontro a noi.

I treni sono macchine per incontri e commiati. Sono culle e cucce, luoghi di meditazione e palestre di fantasia. Dove vanno, le donne silenziose che chiudono il cappotto leggero contro gli sguardi e il vento delle stazioni? Cos’hanno in mente i ragazzi che parlottano appoggiati alla porta del bagno? Cosa succede, in questa notte qualunque dell’est, che non sappiamo e non sapremo mai?

Prestami il tuo gran fragore, la tua andatura così dolce,
il tuo scivolare notturno attraverso l’Europa illuminata

Così scriveva il francese Valery Larbaud, un tipo eccentrico, figlio del proprietario dell’acqua minerale di Vichy, che viaggiava nel lusso sul finire della Bella Epoque. Un secolo più tardi, nel 2011, era molto diverso: i treni ucraini non erano lussuosi e l’epoca non era tanto bella. Oggi, undici anni dopo, mette paura.

8. E su un altro fronte arriva la flottiglia di droni navali

imageUn drone americano in acque giordane

(Guido Olimpio) Gli Stati Uniti, nonostante lo scontro con la Russia, non perdono di vista altri scacchieri. Il vice ammiraglio Brad Cooper, comandante della V Flotta basata nel Golfo Persico, ha confermato il piano per creare una flottiglia di droni navali. Un progetto che sarà portato avanti con gli alleati regionali al fine di aumentare il pattugliamento lungo le rotte del petrolio.

Lo schieramento potrebbe portare all’impiego di oltre cento mezzi, dedicati alla sorveglianza delle acque di Hormuz, di quelle yemenite e del Mar Rosso. Sono tre punti dove il Pentagono, insieme ai suoi partner, si confronta con l’Iran e le milizie amiche (come gli Houthi nello Yemen). Giordania, monarchie sunnite del Golfo, Israele sono alcuni dei Paesi coinvolti in una strategia di contenimento di Teheran. Senza perdere di vista altri attori, dalla Cina alla Russia. L’esigenza di un controllo più stretto delle vie commerciali è cresciuta con il ripetersi di azioni di sabotaggio che hanno avuto come protagonisti israeliani, iraniani, emiratini, sauditi.

Grazie di essere arrivati fin qui. Buona giornata e a domani,

Marilisa Palumbo

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