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Guardare Blanco a Calvagese

Sulle tracce del cantante bresciano trionfatore con Mahmood del festival di Sanremo 2022. Nella sua città natale

Chi mai l’avrebbe detto, commuoversi per l’odiato paesello da cui si fuggì ragazzini? Chi mai avrebbe detto che il paesello sarebbe assurto agli onori nazionali dal palco più nazionale e anche popolare che c’è: Sanremo… e dunque quelle parole, “per Calvagese”, pronunciate dal giovane favoloso Blanco in finale di partita e di serata, parole che al 99 virgola nove dei telespettatori avranno detto niente o saranno parsi un’ennesima trovata da fantasanremo, ah, come risuonavano in certi cuori.

 

 

Va precisato infatti che Calvagese non è come papalina. È il grazioso comune che diede i natali a Fabbriconi Riccardo in arte Blanco, e pure, più modestamente, a chi scrive, qui. Anzi, non proprio i natali, perché ci si trasferì lì, nel paesino di tremila anime con grande trauma agli inizi degli anni Ottanta dalla tentacolare e vicina Brescia. Per di più nella frazione di Carzago, dunque tremila abitanti frazionati, ci si conosce casa per casa, e chissà la gioia adesso e il giubilo anche se i bresciani e i calvagesiani sono gente schiva e poco incline al festeggiamento, o almeno lo erano ai tempi miei, ère geologiche fa (anche se sulla piazza del municipio sventola lo striscione, “Grande Blanco, Calvagese è con te”. E composto tifo anche della Feralpi Salò, “Leoni del Garda”, la squadra in cui Blanco giocava a calcio da giovane promessa).

 

Calvagese ha una sua gentilezza, certificata anche dal “dalla Riviera”, che completa il toponimo, anche se non c’è nessuna riviera, tra le colline cosiddette moreniche cioè derivanti da depositi glaciali. Ci sono invece: un palazzone secentesco oggi museo d’arte, produzioni di vino, il chiaretto bresciano, e un karma musicale – Eros Ramazzotti, che ha tifato Blanco e Mahmood dall’inizio, ci veniva a incidere i successi giovanili, nella factory al castello di Drugolo del barone Lanni della Quara, che scorrazzava in Ferrari negli Ottanta, agli albori di un ecosistema gardesano musicale oggi di massimo successo (i Coma_Cose, Joan Thiele, ecc.).

 

Ma non si è qui a cantare la gloria locale, non ci si avventura nella narrativa di campanile del tipo “c’è un po’ di Calvagese in Sanremo”, e però ha commosso quella doppia esclamazione, poi, nella notte, in sala stampa: “Pòta”, inconfondibilmente bresciana, e l’abbraccio ai genitori cercati saltando quasi alla Benigni sugli spettatori in platea, e il padre Giovanni, romano, trasferito anche lui come il mio chissà come a Calvagese, che esclamava “li mortacci tua”, per poi crollare in un pianto consolatorio.

 

Si concludeva così un Sanremo abbastanza rivoluzionario, non solo per gli ascolti plebiscitari, che certificavano però ’incredibile mediazione riuscita, tra lo spirito più contemporaneo di certe spinte e le scosse di assestamento del paese reale, Fiorello e Zalone in quota boomers col trans brasiliano, e poi le donne e Drusilla e la lotta agli haters e la co-conduttrice afrodiscendente e poi il pippone di Saviano e poi la Ferilli che riporta al buon senso e rifrulla tutto alla romana: tutto riuscito come un minestrone molto rischioso (o forse c’era solo voglia di cantare e di ballare, di considerare questo il Sanremo della liberazione dal Covid, l’evento che chiude questi due anni tremendi).

 

Però ancora loro, Blanco e Mahmood, che davvero sono abbastanza rivoluzionari e “post”, non solo per gli outfit ma per tutto, uno etero che salutava la sua fidanzata Giulia e uno queer, con testo d’amore, amore finalmente senza genere. E chissà cosa se ne dirà a Calvagese. Che dev’essere parecchio cambiato quando ci si trasferì noi, doveva essere l’81 o 82, quando mio padre stufo della città e del suo lavoro mollò lo studio promettente da architetto e si mise a fare il contadino, con un clamoroso anticipo sui tempi (erano gli anni Ottanta, tutti i contadini bresciani sognavano al contrario una Mercedes detta anche, a Brescia, “il Merca”, con l’antennone del telefono, e una fabbrichetta).

 

 

Lui invece cercava aria salubre e nuova vita. Così, ecco il trasferimento, in quel paese che poi avrebbe causato complessi, avevamo una bella casa anzi cascina, e quindi ci dicevano “piè de solcc!”, “pieni di soldi”, le orde di bambini bulleggianti, a me anche “riciù”, realizzandolo prima loro, perché mi mettevo dei pantaloni a scacchi rossi che mi piacevano molto, che oggi sarebbero considerati noiosissimi anche in un consiglio di amministrazione, non parliamo di Sanremo. Lì invece Blanco trionfa a schiena nuda o tailleur o balze nella perfetta indifferenza vestiaria di tutti.

 

Inconcepibile nella Calvagese dei tempi miei boomeristici. Alle medie, l’unico professore gay era gentile e aveva una casa piena di foto autografate di Nilla Pizzi vestita come Blanco nella serata finale di ieri, mentre i minacciosi ripetenti rispondevano “encület” agli ottimi docenti che cercavano di redimerli. Ma per il liceo, finalmente via, con la corriera fumigante nell’alba livida per Brescia e per il prestigioso classico Arnaldo (dove, in un’altra classe, studiavano insieme il futuro senatore Pillon e l’artista Vezzoli, che karma). Nel viaggio di commuting, non esistendo smartphone, si leggeva, ma i libri erano sconsigliati, e pure le riviste. Nel caso “Abitare” o “Domus” per le passioni architettoniche andavano infilate nel socialmente accettato “Quattroruote”.

 

E poi giunti al prestigioso liceo chi veniva da Calvagese come da altri suburbi era immediatamente collocato in quota “di paese” e dunque altro che aree interne e chilometro zero, nella provincia che sognava industria pesante e fatturati, altre discriminazioni; l’araldica professoressa d’italiano all’inizio della quarta ginnasio distribuiva un test oggi probabilmente illegale sotto vari aspetti: “in quale settore lavora vostro padre?: primario (agricoltura); secondario (industria), terziario (servizi)”; e noi con la nostra disarmata sincerità si rispondeva: primario! E si era perduti per sempre (poi si andò a Roma imparando che non bisogna sempre dire la verità, e anche a dire “li mortacci tua”, che deve aver salvato pure i Fabbriconi nella loro vita a Calvagese).

 

E l’educazione fisica intesa sempre e solo come calcio, e se sbagliavi il rigore eran subito dubbi sul tuo essere maschio maschissimo… mentre la stessa Calvagese non osava pronunciare correttamente il suo nome, perché il toponimo veniva sempre frainteso (“Cavalgese?”), associandolo all’equitazione (ma per una strana nemesi effettivamente oggi vi sono diversi maneggi);  e toccava correggere e spiegare anche quel “della Riviera” agli interlocutori stupiti, perché il lago, di Garda, effettivamente è ben lontano. E quel Calvagese non sarà stato doloroso come le varie periferie vessatorie, terre dei fuochi o slum milanesi che spopolano nelle serie e nei romanzi di massimo successo, però certo non era posto in cui esser fluidi, se ne scappava a forza, subito in città, e poi ancora più lontano. Non c’era ancora ovviamente l’Internet livellatrice e salvifica, era un mondo anche televisivo in cui i gay erano sempre “ricchioni” anche in prima serata nella commedia umana e all’italiana, dove generalmente i role model erano solo macchiette, oppure nel caso fortunato in cui esistessero finivano ammazzati; l’agognato Dynasty (1981) che si attendeva il giovedì sera su Canale 5 si apriva con una Joan Collins poi iconica in cappello a larga tesa che testimonia al processo per crimini d’odio, diremmo oggi, contro l’ex marito petroliere Blake Carrington che assassina accidentalmente il fidanzato (ma allora si diventa “amante”) del suo rampollo Steven.

 

E ne “La patata bollente” (1979) Massimo Ranieri operaio fluido veniva regolarmente corcato di botte nell’indifferenza dei compagni, trovando riparo in un Renato Pozzetto che rompeva col  PCI per lanciarsi in un “tango diverso” (Gramsci, spostate). In “Via Montenapoleone” dei Vanzina (1987) invece Luca Barbareschi pubblicitario milanese doveva tentare il suicidio per farsi accettare dalla mamma Valentina Cortese annoiata e impellicciata sul lago di Como. Sul nostro, di lago, le cose non andavano meglio. A Brescia si narrava di spedizioni punitive contro “i riciù”…

 

Insomma, che romanzo lamentoso perfetto ne verrebbe fuori oggi: essendo l’unica famiglia a non frequentare l’ora di religione a scuola o l’esibitiva messa domenicale, le orde di bambini perfidi mi bulleggiavano per strada: “tanto lo sappiamo che siete musulmani!” (Islamofobia vent’anni prima dell’11 settembre, Calvagese laboratorio politico). Oppure, mio padre veniva appellato da taluni “vescovo dei testimoni di Geova”, carica che non credo esista, data la barba lunga e la postura forse ieratica. Arrivavano anche telefonate anonime notturne di minaccia perché lui, sempre lui, mentre tutti si adoperavano in abusi fiscali e edilizi per uscire dalla dimensione contadina, piantava boschi e denunciava gli inquinamenti (finché la nonna Rina senza complessi disse “rispondo io”, forse con improperi mirati, e la minaccia cessò).  

 

Poi si è cresciuti e sopravvissuti, tra “pòta” e “mortacci tua”, e oggi parrebbe fuori tempo massimo il lutto per le angherie subite e lo sdegno,  si son fatti tanti sforzi per diventar ironici e sarebbe troppa fatica cambiare, pur riconoscendo la schifezza di quei tempi, Però quanti pianti e quante ore d’analista si sarebbero risparmiate nascendo 40 anni dopo, o forse a anche a San Francisco invece che a Calvagese della Riviera. Oppure rinascere Blanco, calciatore-cantante nell’Italia vera o reale del Sanremo 2022 o “venti-ventidue”, come dice Amadeus. Nel frattempo, non permetteremo a nessuno di dire che l’adolescenza è un’età bellissima: soprattutto a Calvagese della Riviera. 



Reference-www.ilfoglio.it

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