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El Dorado, a lezione di western con Howard Hawks

“El Dorado, film raffinato e squisito, trascinante e finissimo, grande film”: si espresse senza mezzi termini un critico militante usualmente tagliente come Goffredo Fofi all’uscita di questo tardo western di Howard Hawks del 1966. Aggiungendo, per rispondere alle rimostranze di chi trovava fin troppe somiglianze tra quest’opera e il precedente Un Dollaro d’Onore, che “l’accusa astiosa di ripetersi è quantomeno idiota: forse che l’opera di Hawks non è fatta di un continuo, costante, perpetuo ritorno alle cose dette e narrate, a un modo di raccontare la cui fascinazione deriva per l’appunto dallo scavo fedele sulle ispirazioni della prima maturità, per approfondire, giocare, avanzare in mezzo alle acquisizioni fondamentali?”.

In effetti è così: è fuor di dubbio che El Dorado costituisca una riproposizione quasi letterale di Un Dollaro d’Onore. Ma ciò non dipende tanto dalla mancanza di fantasia o dal calcolo di chi vuole ripetere un formula di successo (entrambi i film andarono molto bene al botteghino). Semmai deriva dalla fedeltà a certi temi su cui l’autore ama tornare incessantemente, sottoponendoli però sempre a una rilettura ricca di sottili, talvolta impercettibili variazioni.

La vicenda è la stessa: aiutato dai suoi integerrimi assistenti, uno sceriffo arresta il potente allevatore Jason (Ed Asner) – mandante di un omicidio ai danni di una famiglia che non intende cedere ai suoi ricatti – e insieme ai suoi uomini, asserragliato nella prigione, attende l’arrivo dei federali. Hawks, sornione, diceva che la storia non era esattamente identica, perché nel prototipo Un Dollaro d’Onore il personaggio dell’ubriacone era il vice-sceriffo, mentre in El Dorado diventa lo sceriffo Harrah (Robert Mitchum). Ma al centro della storia campeggia sempre il roccioso John Wayne (qui Cole Thornton), il quale, una volta saputo che Jason ha assoldato il miglior pistolero sulla piazza, torna in paese per aiutare l’amico Harrah, nel frattempo diventato alcolizzato per una delusione d’amore.

A guardarlo più da vicino El Dorado, e non per le ragioni ironicamente sottolineate da Hawks, mostra la sua autonomia dal predecessore grazie ad alcuni motivi che emergono con chiarezza. Il più importante di tutti è il tema della vecchiaia. I suoi film hanno spaziato lungo tutti i generi, dal western alla commedia, dal film di guerra al noir al gangster movie – Gerald Mast ha scritto che Hawks è “il più grande regista di film di genere americani”. E hanno usualmente ritratto con rispetto affettuoso gli anziani, dal brontolone Walter Brennan di Un Dollaro d’Onore all’anziano generale che assolda Marlowe ne II Grande Sonno, che vive malinconicamente come un fiore rinsecchito dentro una serra. Nonostante tutto, però, il suo è sempre stato un cinema della giovinezza, con al centro protagonisti volitivi e in perfetta salute, professionisti pronti all’azione, quell’azione che è per il regista la sostanza stessa della vita.

In El Dorado, invece, gli eroi devono misurarsi con la decadenza inevitabile dell’età. Thornton ha una pallottola conficcata nel fianco che non ha mai operato, e questo gli causa delle improvvise paralisi, una condizione che un pistolero nel west non può certo concedersi. Harrah, col peso degli anni che passano e del troppo alcool ingurgitato, non è più l’uomo di un tempo.

Una delle sequenze più belle del film, come sottolinea ancora Fofi, è quella in cui vediamo “Mitchum ammaccato, triste, sfinito che si aggira testardo alla riconquista di una solidità perduta, del paradiso perduto delle certezze”. Come se cercasse di resistere al proprio inevitabile tramonto – e più in generale al tramonto degli eroi di un certo tipo di cinema classico giunto al capolinea alla fine degli anni Sessanta – attraverso la tipica religione del professionismo del cinema di Hawks. Ossia quel bisogno che hanno i suoi personaggi, per trovare o recuperare il rispetto per sé stessi, di condurre in porto le missioni che si sono assegnate. Anche se, come in questo film, si tratta di sfidare prima i propri acciacchi che gli avversari.

Non si creda però che, dato il tema, El Dorado propenda per uno stile grave e malinconico. Al contrario. Come sempre Hawks legge il dramma attraverso il dispositivo della commedia. E non solo per il piacere di mescolare i generi, ma per una sua filosofia esistenziale, secondo la quale la vita va affrontata scardinandola col grimaldello dell’ironia. È la ragione per cui la storia di partenza, tratta da un romanzo dalle cadenze tragiche in cui muoiono quasi tutti (The Stars in Their Courses di Harry Brown) viene completamente riscritta da Leigh Brackett (“una donna che scrive come un uomo” disse Hawks, per lui era un complimento, oggi come suonerà?), optando per un tono mosso e picaresco, sostenuto dall’umorismo che non abbandona mai i protagonisti anche di fronte alle prove più ardite.

Howard Hawks è l’unico regista capace di infilare in un dramma da camera come El Dorado – che volutamente non ha l’ariosità dei paesaggi dei western di John Ford o Anthony Mann – sequenze comiche come quella in cui Harrah finalmente decide di lavarsi, con tutti gli altri personaggi che, saputa la notizia, gli portano a turno un pezzo di sapone, trasformando il bagno in uno spettacolo pubblico e una gag irresistibile.

E spunti comici continui sorgono dal personaggio dal nome impossibile di Alan Bourdillion Traherne (un giovane e brillante James Caan), il quale, tra l’altro, è l’unico caso di professionista mediocre che si ricordi nel cinema di Hawks – bravissimo col coltello, è però un pistolero talmente incapace che Thornton gli compra una doppietta con la potenza di fuoco di un bazooka, con la quale è praticamente impossibile mancare il bersaglio. Eppure, nonostante i suoi limiti, anche Traherne riuscirà a svolgere egregiamente il suo compito, perché intorno a lui c’è una comunità solidale che lo accoglie e lo aiuta a dare il meglio di sé.

Quello della forza del gruppo è un elemento portante del cinema di Hawks, trattato però sempre in una chiave senza sentimentalismi. Non sono le confessioni a cuore aperto a dimostrare o cementare le amicizie, ma i gesti concreti di solidarietà – si trattasse anche del pezzo di sapone dato a un trasandato sceriffo ex ubriacone che ha bisogno di un bagno per ritrovare un pezzetto di dignità.

Rispetto ad altri film di Hawks, El Dorado pone l’universo femminile in una posizione subalterna (contrariamente alle sue modernissime commedie come Susanna, in cui il confronto tra i sessi è assolutamente paritario). Comunque è in grado di regalare allo spettatore la stessa sensazione che spesso lasciano i suoi film. E cioè che a ognuno di noi – questa è una considerazione che fece il critico Jim McBride in un lungo libro intervista al regista – farebbe piacere passare un po’ di tempo in compagnia di questo gruppo di persone. Le quali danno l’impressione, con la loro positività, la capacità di ridere di sé stessi, il cameratismo asciutto e caloroso, di aver capito il segreto di come si sta al mondo. Quel segreto che ogni volta, senza didascalismi e col tono apparentemente svagato di chi non lo dà a vedere, ci ha sempre raccontato nella sua caleidoscopica filmografia Howard Hawks.

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