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Donbass, perché è così importante per Putin: il sogno di ricostruire l’Urss – Il Giorno

Kiev – Quali sono davvero  gli obiettivi di Putin, dopo il riconoscimento delle autoproclamate repubbliche filorusse di Donetsk e Lugansk, nel Donbass e l’invio delle truppe nella regione? Qualunque ipotesi sul futuro prossimo del conflitto non può prescindere dall’analisi del territorio. Di quello che significa il Donbass per i russi, per gli ucraini, ma soprattutto per i suoi abitanti. Con tutte le eccezioni del caso, non ultima quella della città di Mariupol, a sud dell’area e a nord della Crimea, posta a ridosso del confine russo e corridoio obbligato per le truppe e le merci di Mosca verso la sua nuova area di influenza. Ma vediamone i dettagli.

Cominciamo dal Donbass e dalla sua storia recente. La regione si stacca dalla Russia oltre trent’anni fa, nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la nascita dell’Ucraina come Stato, di cui diventa parte. Le condizioni di vita e l’economia peggiorano presto e di conseguenza, in una regione che parla russo, crescono sempre più le pulsioni secessioniste. I Donbass, in una parola, vuole tornare indietro. Parliamo della maggioranza della popolazione, almeno, l’80% di matrice russofona. Ma la storia del Donbass subisce una svolta decisa nel soprattutto nel 2014, con la rivolta filo-europea di Maidan, a Kiev. 

Profughi nel Donbass

Profughi nel Donbass

E’ in quell’anno che Putin, di fatto, si annette la confinante Crimea (a sud), prima facendo entrare le truppe di mercenari e le milizie della Wagner, poi spingendo la regione a un referendum che avalla in buona maggioranza la scelta dell’indipendenza. La febbre della secessione contagia immediatamente il Donbass, dove già da tempo operavano gruppi militari semi-silenti, che però prendono progressivamente il controllo del territorio, specie nelle enclave di Lugansk e Donetsk, fino a dichiarare l’indipendenza e la nascita delle due repubbliche riconosciute il 21 febbraio 2022 da Putin in diretta tv. Di fatto una rottura degli accordi di Minsk, in cui erano tornate sotto l’egida di Kiev.

Due parole sul Donbass e sull’interesse che può suscitare a Mosca. La regione cuscinetto, che prende il nome dal fiume Donec che la attraversa, ha un’economia fondata soprattutto sul carbone. Il legame con la madre Russia passa anche attraverso la Chiesa ortodossa locale, che si è separata da quella ucraina. Su 5 milioni di abitanti, oltre 770mila residenti ucraini hanno il passaporto russo altri 950mila residenti hanno fatto la stessa richiesta. Più di un terzo della popolazione, insomma.  Un termometro dell’insofferenza della popolazione verso lo Stato centrale, che Mosca ha annusato da tempo, rifornendo di armi e rubli i secessionisti, che possono contare ora su almeno 250mila militari..

Putin

Putin

Nel contesto del Donbass, e nelle generali aspirazioni di rientro nella galassia russa, è da segnalare però l’eccezione della città enclave di Mariupol. La città ucraina, con un passato cosacco e addirittura italiano, sul mare di Azov. Nel Donbass meridionale, è in una posizione geografica che fa gola a tutti, diventando ormai di fatto il punto di transito obbligato dei russi per la Crimea e le repubbliche amiche. La penisola di Crimea è a 300 chilometri, la città russa di Rostov a soli 70 e a 100 l’area critica del Donbass dove hanno sede i comandi militari della “resistenza“ a Kiev. Per tacer del mare, da cui possono arrivare le merci, certamente, ma anche gli attacchi con i mezzi anfibi.

Qual è dunque il vero gioco di Putin nel Donbass (al di là della comprensibile paura di un Nato alle porte di casa)? Le risposte sono molteplici. Secondo il Wall Street Journal, per esempio è “disfare gli accordi post guerra fredda che hanno umiliato la Russia”, spiega. Secondo la testata americana “le ambizioni del presidente russo vanno ben oltre. Vuole rinegoziare la fine della Guerra Fredda”, ossia “ridisegnare la mappa della sicurezza dell’Europa. La visione del futuro di Putin cerca in molti modi di ricreare il passato”. Quindi di fatto l’Unione Sovietica, la cui disgregazione lo zar ha sempre mal digerito, come una tragedia. Di qui le preoccupazioni altri stati satelliti, come Lettonia, Estonia e Lituania, ormai finiti nell’orbita della Ue.

Soldati ucraini al fronte

Soldati ucraini al fronte

Dopo la mossa di Putin nel Donbass, in attesa delle reazioni di Kiev e dell’Occidente, si parla dunque già di territorio da ridisegnare e di confini da tracciare. Mosca, come da copione, frena e ostenta aperture alla diplomazia. Ma appare evidente l’atteggiamento da abile scacchista tenuto fin dall’inizio dal Cremlino. “E’ troppo presto“, secondo il ministero degli Esteri russo, “discutere dei confini delle regioni separatiste nell’Ucraina orientale“, dice l’abile portavoce del ministero Maria Zakharova, spiegando comunque che “prima è necessario che la Russia e ‘e repubbliche del Donbass ratifichino i trattati di amicizia. Solo dopo si potranno definire i confini“. Il che è come dire: un attimo di pazienza e mettiamo mano alla carta geografica.

Il timore dell’Occidente, sul territorio, è che Putin non si accontenti del Donbass e nemmeno di Mariupol, ma voglia tutta l’Ucraina. O occupandola manu militari o, più probabilmente, favorendo l’insediamento di un governo amico, o fantoccio, a seconda dell’ottica di analisi. Un po’ come già accaduto in Bielorussia o in Kazakhistan. Per farlo, per portare insomma avanti il suo progetto di ricostruzione dell’impero zarista sovietico, dopo vent’anni di potere incontrastato al Cremlino, dovrà per forza avanzare. E qui si giocano però non solo le sorti dell’Asia occidentale, ma anche e soprattutto quelle dei rapporti con l’Europa e gli Usa. A quel punto mantenere in vita la pace potrebbe essere una missione impossibile.

Reference-www.ilgiorno.it

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