Caso Open, il Pd si allea con Matteo Renzi: sì del Senato al conflitto di attribuzione

Carlantonio Solimene

I pm fiorentini non avrebbero potuto acquisire la corrispondenza di Matteo Renzi durante il suo mandato da parlamentare. E per utilizzare le chat di WhatsApp tra l’ex premiere l’imprenditore Vincenzo Manes – nelle quali, tra l’altro, si parlava del volo per Washington pagato con i soldi della Fondazione Open avrebbero prima dovuto chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza. È questa la tesi sposata dall’Aula del Senato che ieri ha votato sì alla relazione della forzista Fiammetta Modena che solleva il conflitto di attibuzione di poteri presso la Consulta su una parte delle informazioni raccolte dagli inquirenti nell’ambito dell’inchiesta sulla Fondazione Open.

Tuttavia, al di là del mero risultato della votazione – 167 sì e 76 no – la giornata determina anche un nuovo scenario politico. Si spezza, infatti, l’asse giallorosso. Se nella Giunta delle autorizzazioni Pd e Cinquestelle si erano compattati sull’astensione «una scelta tecnica perché non abbiamo avuto modo di esaminare le carte» si era giustificato Giuseppe Conte- stavolta le due forze impegnate nella ricerca di una faticosa alleanza si schierano si fronti opposti.

Contrari al conflitto di attribuzione e fedeli al dna «giustizialista» i grillini; favorevoli all’ex segretario i Dem. Nessuna «vendetta» di Enrico Letta nei confronti dell’uomo che lo spodestò da Palazzo Chigi, insomma.

A conferma di una rinnovata sintonia che in verità si era già manifestata nei convulsi giorni del Quirinale. L’esito del voto aveva perso pathos già nella tarda mattinata, quando l’ufficio di presidenza Dem al Senato aveva schierato il partito per il sì al conflitto di attribuzione. Con l’intero centrodestra posizionato sulla linea garantista, la posizione dell’ex premier era di fatto blindata. E così Renzi a Palazzo Madama ha potuto recitare con serenità la sua «requisitoria» nei confronti dei pm che lo accusano di finanziamento illecito ai partiti.

«Questa battaglia – ha scandito il leader di Italia viva – la faccio per la dignità di un’istituzione messa in secondo piano per paura della politica. Io non scappo dal processo. Non fuggo dalle aule dei tribunali, ci vado a testa alta. Ma se qualcuno vuole invadere il terreno della politica, contribuendo a passare il messaggio che i politici rubano, io mi alzo in piedi e dico no. Fare politica non è reato. Lo faccio a viso aperto perché è una battaglia che vale i ragazzi più giovani». «Anche i pm devono rispettare la Costituzione» ha insistito Renzi, che poi ha messo nel mirino anche la stampa per la pubblicazione della lettera in cui suo padre definiva «banda bassotti» i suoi fedelissimi Carrai, Boschi e Bonifazi. «Non è consentito a nessuno violentare la vita delle persone» ha tuonato Renzi, che a fine giornata ha celebrato il voto dei colleghi: «Il Senato oggi si è espresso con una maggioranza schiacciante perché anche i pm fiorentini rispettino la legge e la Costituzione. Una bella giornata».

Come detto, gli unici a smarcarsi nella maggioranza di governo sono stati i Cinquestelle. «Noi voteremo contro in Senato non perché siamo contro un singolo senatore, ma perché difendiamo valori e principi» ha detto Giuseppe Conte.

«Dal punto di vista tecnico non ci sono gli estremi per sollevare un conflitto di attribuzione perché non andava richiesta una autorizzazione preventiva ma successiva» la tesi dell’avvocato. Solo due settimane fa i magistrati della procura di Firenze avevano chiesto il rinvio a giudizio per Renzi e per altri dieci indagati, tra cui Luca Lotti, Maria Elena Boschi e Marco Carrai.

Come «reazione» l’ex premier aveva denunciato i tre pm Creazzo, Turco e Nastasi per abuso d’ufficio. Nel mezzo, altri colpi di scena come la decisione della Cassazione di annullare per la terza volta e definitivamente i sequestri disposti dalla Procura nei confronti di Marco Carrai. Ora il voto del Senato e l’attesa per la pronuncia della Consulta per l’eventuale violazione dell’articolo 68 della Carta. La storia, insomma, è ancora lontana dal finire.



Reference-www.iltempo.it

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